Basilica San Pietro

Micromosaico Romano: storia e processi realizzativi

Il Mosaico è una tecnica di composizione pittorica ottenuta dalla composizione di piccoli frammenti, più o meno regolari, di marmo, pietra, terracotta, smalto, vetro. Le sue origini non sono ben definite ma i primi mosaici risalgono al III sec. a.C, in Macedonia.
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Il mosaico nella Roma antica

Nella Roma antica il mosaico ha trovato larga diffusione grazie allo stretto collegamento con l’architettura. Difatti, il mosaico veniva utilizzato sia nella pavimentazione degli edifici pubblici che nelle domus dei Patrizi. Sin dal I sec. a.C vengono costruite opere pubbliche quali terme, templi e basiliche con ampi spazi interni decorati da mosaici. Il loro utilizzo sarà ancora più intenso nelle basiliche cristiane, collocandosi nello spazio dell’abside. 
Verso la fine del IV sec. il mosaico si diffonde in tutto il Mediterraneo, acquistando un’importanza monumentale. Un esempio dell’applicazione di questa tecnica pittorica è il catino absidale di Santa Pudenziana.
Con la nascita dello Stato della Chiesa il mosaico viene impiegato sempre più che, affiancandosi all’intarsio di marmi policromi, avrà un momento di splendore fino al XIII sec. Verso la fine del 1200 artisti di immenso spessore, come Pietro Cavallini e Jacopo Torriti porranno le basi per la rinascita dell’arte figurativa italiana, la quale avrà il “boom” con Giotto. È proprio in questo periodo che il mosaico cederà la scena all’affresco e, secondo molti studiosi, termina l’utilizzo del mosaico.

Nascita di Maria - Pietro Cavallini
Pietro Cavallini, Nascita di Maria, 1291. Santa Maria in Trastevere – Roma

La nascita del micromosaico Romano

Durante il Rinascimento e il periodo Barocco il mosaico viene utilizzato in un nuovo formato, composto da tessere tanto piccole da creare visivamente un effetto pittorico.
La tecnica del micromosaico prevede l’utilizzo di mosaico in piccolo in smalti filati, adibito prevalentemente alla realizzazione di arredamenti per privati.

Il successo del micromosaico è principalmente ricondotto a tre fattori:

  1. La cultura neoclassica che favorisce la richiesta di opere ispirate a quelle antiche;
  2. La spinta all’innovazione e modernizzazione applicata allo studio del Mosaico Vaticano durante il periodo di dominazione francese (primo decennio del 1800);
  3. La fondazione, a Parigi, di una scuola di mosaico, che ha lasciato un forte segnale tra i mosaicisti d’Italia e non solo.

I principali committenti dell’attività del micromosaico erano famiglie dell’alta borghesia, aristocratici che richiedevano placchette da incastonare in oggetti come bomboniere in oro e in argento, legno, lacca ecc.

Libertà interpretativa del micromosaico romano

Analizzando la scelta dei temi, il micromosaico offre all’artista maggiore libertà interpretativa del soggetto, che è ispirato quasi sempre a soggetti pittorici. La materia prima è lo smalto composto da silice fusa mescolata con minerali.
Particolare successo ha riscontrato lo smalto filato, ottenuto dalla lavorazione dello smalto fuso, a dorma di lunghi bastoncini, le bacchette. Gli amanti di questa tecnica si sono accorti che era possibile produrre bacchette con più colori in un solo pezzo. Nacque così il malmischiato, che ha portato ad una riduzione dei tempi di lavorazione, facilitando la resa di alcuni soggetti quali animali e vegetazione, senza incidere in alcun modo sulla qualità finale dell’opera.

La lavorazione

La produzione degli smalti era molto ingente, a tal punto che vi era una documentazione parecchio consistente riguardante la produzione e l’acquisto degli smalti per la decorazione della Basilica di San Pietro, a Roma.

Basilica di San Pietro
Basilica di San Pietro – Roma

Agli inizi del ‘600 Venezia era la principale produttrice di smalti. La loro caratteristica era la lucentezza, che però disturbava la realizzazione dell’opera finita. Per questo motivo Roma si dedicò alla fabbricazione di smalti più opachi, per donare il giusto valore alle opere, rendendole prive di imperfezioni.
Tra i fornaciari romani più importanti citiamo la famiglia Raffaelli (dal 1668) e Alessio Mattioli.
I supporti più utilizzati per la lavorazione del micromosaico erano tendenzialmente formati da piastre di rame sottili, vetro opalino, supporto in pietra e placchette di vetro. Quest’ultimo è stato molto utilizzato per i mosaici più piccoli, destinati ad essere incastonati ed usati come gioielli.

La realizzazione di un micromosaico

Realizzare un micromosaico era un’operazione che poteva durare mesi o addirittura anni.
Si comincia con il riempire il supporto con il mastice e con uno strato di gesso. Sul gesso viene disegnato, a carboncino, il soggetto da realizzare. Per inserire le tessere di micromosaico si procedeva rimuovendo delle piccole porzioni di gesso ed inserendo le tessere nel mastice, riproducendo il disegno ritagliato.
Una volta posizionate le tessere bisognava aspettare l’indurimento delle stesse, variando a seconda dello spessore e della dimensione dell’opera da realizzare. Successivamente si procedeva un lavoro di finitura a cera per chiudere le fessure. Ultimata questa fase si levigava il tutto con selce e lucidatura a piombo.
Proprio per questo motivo le lavorazioni in micromosaico non sono semplicemente dei manufatti artigianali ma delle vere e proprie opere d’arte.

La mancanza della firma sui micromosaici si deve collegare al fatto che i mosaicisti non si sentivano dei creatori di opere d’arte ma dei semplici riproduttori, il che attribuisce un ulteriore magnificenza a questa tecnica pittorica.

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